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Ottone Rosai
Nato a Firenze nel 1895, morto a Ivrea nel
1957, dopo una bruciante esperienza futurista, Rosai riconquista la
struttura pacata delle cose, aiutato dalla conoscenza degli antichi
maestri toscani. Attraverso una profonda semplificazione delle
superfici, dei volumi e delle prospettive, ma senza il rigoroso
controllo prospettico rinascimentale, Rosai presenta la sua Toscana, che
non è quella umanistica, dell'uomo eroico e forte della propria virtus,
ma quella povera, dimessa, popolata di uomini oppressi e stanchi,
espressa mediante un colore fumoso, spesso sporco e triste. Nel clima
trionfalistico dell'Italia fascista fra le due guerre, Rosai,
interventista e fascista poi deluso, sostenitore della Resistenza, va
contro la corrente ufficiale: non esalta la grandezza, gli "immancabili
destini di gloria della patria", ma narra la vita dell'Oltrarno
fiorentino, entro vicoli bui e tortuosi, dove le persone si incontrano e
parlano, dove gli uomini giocano a carte o a toppa, dove suonano piccoli
concertini. Il clima di Rosai è piuttosto quello europeo
postespressionista, anche se non possiede la carica corrosiva di un Otto
Dix o di un George Grosz. La sua lotta antiborghese, da fascista scomodo
alle autorità, si limita agli atteggiamenti e alle parole, e la sua
pittura esce raramente dal bozzettismo vernacolare. Talvolta
l'espressionismo, anche se scoperto, è controllato ed equilibrato, come
nei primi autoritratti, mentre in quelli degli ultimi anni, soprattutto,
la foga prende il sopravvento e ne escono immagini allucinate. Dalla
fine degli anni '50, con i primi grandi successi, e fino alla sua morte,
l'arte di Rosai ritrova luce e colore, in opere di ampio respiro.
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