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Orfeo
Tamburi
Nato a Jesi
nel 1910, morto a Parigi nel 1994, Tamburi compie a Roma i propri studi,
prima al Liceo Artistico, poi all'Accademia di Belle Arti, dove si
distacca gradualmente dal barocco romano per intraprendere una personale
esperienza cézanniana, impegnata sul fronte di un alto naturalismo. Egli
si allontana dalle nuove correnti di quegli anni, dall'intimismo
elegiaco di Mafai, dalla visionarietà drammatica di Scipione, per
dedicarsi con serietà e misura ai propri soggetti, che vedono la luce in
un clima di ordinata serenità, di chiarezza, di riflessione, nel
controllo e nel calcolo. Le sue opere vivono di un'attenta proposizione
d'intelaiature prospettiche e di geometrie non affioranti, ma profonde,
come ragioni ultime di sussistenza delle cose oltre le loro parvenze
accidentali. Così, con il medesimo esprit de géométrie, è affrontata la
costruzione dei ritratti, o delle vedute, da quelle di Parigi a quelle
di Roma, dalla profonda sicurezza d'impaginazione, nelle quali è
perfettamente visibile ed identificabile lo scorrere dei piani
orizzontalmente e verticalmente, come schemi in movimento lungo le
scanalature grafiche che partiscono lo spazio in estensione e in
profondità. Pittura geometricamente costruita, alla cui impostazione
giova il distacco dall'architettura barocca e dall'atmosfera romana,
anche se nemmeno negli esordi di Tamburi esistono vedutismi di maniera.
Sempre, nei paesaggi di Tamburi, sembra di poter cogliere anche il
sentimento della storia; tanto nella sua Roma, con i ruderi del
Palatino, i panorami dal Pincio, quanto nella Parigi delle piazze, delle
botteghe, delle finestre e dei muri usurati dal tempo, che inducono alla
tentazione del racconto. Così Tamburi, fin da giovanissimo in cerca di
una grammatica della realtà opposta all'Impressionismo, attraverso
Cézanne e la grande tradizione italiana, la trova, dove unicamente
avrebbe potuto trovarla: dentro di sé.
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