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Warhol nasce a
Pittsburg, in Pensylvania, il 6 agosto 1928 da Andrej Warhola e
Julia Zawack, emigrati in U.S.A. dalla Cecoslovacchia nel 1913. Le
condizioni della famiglia non sono agiate. L’infanzia di Andy coincide con la “grande
depressione” americana. Nel 1936, all’età di otto anni, Andy ha un
esaurimento nervoso durante le vacanze estive, che lo obbligheranno
a passare a letto un periodo di tempo in cui si dedica a disegnare,
a ritagliare forme sulla carta, a leggere fumetti, tutte attività
preferite dal piccolo Warhol e che continuerà per tutta l’infanzia,
assieme all’ascolto della radio che i suoi genitori acquisteranno
nel 1939. Il 16 giugno 1949 si diploma e in autunno si trasferisce a
New York assumendo il nome di Warhol. Si inserisce rapidamente e con
molta abilità nel mondo delle riviste più patinate e snob quali,
oltre a “Glamour”, “Vogue”, “Harper’s Bazar”, Columbia Records,
Tiber Press e altre aziende, allestendo nel frattempo importanti
vetrine delle città. A partire dagli anni Sessanta, Warhol si
indirizza con decisione alla creazione di opere personali non legate
alla sua attività pubblicitaria, ma basate su immagini commerciali.
Del 1960 sono i dipinti con le immagini dei dollari e delle scatole
di Campbell, le figure dei miti hollywoodiani come Marilyn Monroe o
Elvis Presley del 1962 e le scatole Brillo del 1964. Una iconografia
ed un procedimento pittorico che determineranno il suo
riconoscimento da parte della critica ed il suo successo di
pubblico.
Dagli anni '40 lo
sviluppo economico degli Stati Uniti ha continuato a progredire
scoprendo una nuova dimensione culturale definita Mass-culture. La
maggior parte degli artisti della Pop-Art vedono nella pubblicità il
manifesto del consumismo; usandola capovolgono e ricostruiscono
messaggi che vanno contro ciò che essa manifesta. Ciò che rende
unico Andy Warhol, anche rispetto agli artisti di quella stessa
corrente da lui innalzata, è che fece dei luoghi comuni un monumento
giungendo ad un risultato completamente nuovo. L'elfo albino della
Pop-Art esce dal ruolo attivo di imbonitore di massa per divenire
osservatore del genere umano, privo dell’intento di acquisire
maggiore libertà, per immergersi nella condizione dell'uomo comune
americano. Warhol si propone come pittore di corte di una società a
carattere impiegatizio e come pittore di corte fonda il suo atelier
artistico (la factory) dove, al posto di allievi che dipingono con
lui, c’è un esercito di assunti. E’ il risultato dell’evoluzione
dell’industrializzazione, dall’oggetto al prodotto, dal prodotto
all’informazione dove l’oggetto non è più il fine, ma solo un
elemento del circuito consumistico. Si è sostituita alla cosa la sua
immagine ripetuta in serie illimitate dove tutto, anche le persone,
diventa bene di consumo, ed allora si affianca la Coca Cola a Liza
Minnelli, la Campbell’s Soup a Mao Tze Tung. Warhol ci apre gli
occhi non sull’appiattimento ma sulla democraticità del consumismo,
dove una Coca Cola ha lo stesso prezzo per tutti, e di cui tutti
possono usufruire dell’immagine. Il consumismo è
democratico! Sminuente sarebbe risolvere la personalità complessa di
Warhol con un tracciato sulle sue umili origini, superfluo parlarne
poiché così lontano dalla sua arte, che risulta altro da lui ed allo
stesso tempo la massima espressione di se, in una continua
contraddizione tra indifferenza e curiosità che lo rendevano, come
egli stesso sosteneva, la persona sbagliata nel posto giusto o
quella giusta nel posto sbagliato; che esaltava la banalità della
“cosa”, magnificando la sua unicità.
Elisabetta
Cuchetti |