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Nino Caffè
Nato nel 1909 a l’Aquila e
morto a Pesaro nel 1975, Caffè è il” pittore dei pretini”, affannati
ometti neri che in lui sono più un simbolo che persone reali; sono un
termine cromatico, un’entità poetica, una “categoria” solo formale. E’
attraverso questo leit-motiv, Caffè conduce un discorso pittorico
attento, che non si esprime solo in funzione del contenuto, ma anche dei
valori cromatici, dei termini architettonici e spaziali. Tutto si svolge
come un grande fumetto episodico o come una lunghissima opera di
teatro, in mille bozzetti e scene tutte collegate fra di loro, su una
quinta fissa che è quella del mondo tradizionalmente austero della
Chiesa, dove schiere di seminaristi, nella severità del loro vestito
nero, conducono giochi fanciulleschi, o lontano ingenuamente spaventati
dai rossi diavoletti che li assalgono. Caffè non è mai una lotta fra il
bene e il male; è solo un susseguirsi di scontri fra ingenuità e
malizia. I diavoletti di Caffè non sono cattivi, ma solo dispettosi e
divertiti: giocano giocano burle, sempre, tutto si risolve con il metro
dell’idillio, turbato solo dal senso malinconico di un tempo che passa
inesorabile. E’, in definitiva, la storia dell’uomo e della vita di tutti
i giorni, che si perde un po’ alla volta; è un raccontare l’universale
attraverso il particolare, l’universale dell’esistenza che piano piano
si spegne, nella malinconica consapevolezza della vanità delle cose
umane.
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