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Giorgio de Chirico | |
| Serigrafia 76/95 | ||
| Anni '70 | ||
| Il Figliol Prodigo | ||
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Giorgio de Chirico Nato a Volo, in Grecia, nel 1888,e morto a Roma nel 1978, Giorgio de Chirico è il massimo esponente della pittura metafisica. Il termine “metafisica” ha origine dal titolo greco assegnato dal filosofo Andronico da Rodi, nel I secolo A. C., a quelle opere di Aristotele che trattano delle “cause prime” della realtà, da lui collocate “dopo” (metà) quelle che trattano le cose naturali (physica). Dimenticato il significato originario, lo si usa per esprimere ciò che è oltre l’apparenza fisica, ossia, l’essenza intima della realtà al di là dell’esperienza sensibile e, allo stesso modo, è assunto da de Chirico, in riferimento all’arte che, anche quando sembra più aderente alla realtà esteriore, non si limita mai a descriverla, ma la interpreta. Per de Chirico, metafisico è ciò che è avulso dalla logica ambientale in cui siamo abituati a vederlo: un oggetto isolato dal contesto in cui vive ed inserito in un altro. Questo suscita in chi osserva, una sorta di inquietudine, una sottile angoscia, quasi un senso di paura, perché insolito, inaspettato, a-logico. Forse a de Chirico, vissuto in Grecia fino all’età di 16 anni, le rovine grandiose dell’antichità classica suggeriscono già da allora qualcosa di metafisico: perfette nella misura, ma frammentarie, non più collocate nell’ambiente nel quale erano state create, spaesate, e tuttavia con una loro vita, quasi testimoni e giudici di secoli di storia. Certo, dalla cultura greca de Chirico attinge il senso della perfezione, sempre ricercato, anche da un punto di vista tecnico, che lo ha posto in posizione polemica nei confronti di tutti gli artisti contemporanei. Ma, la metafisica di de Chirico indica una ricerca orientata verso una realtà intima, che subisce gli influssi, oltre che dell’educazione classica, degli studi compiuti a Monaco, della conoscenza delle opere pittoriche di Boeklin e della lettura di Nietzsche. Ufficialmente la “pittura metafisica” nasce a Ferrara dall’incontro fra de Chirico e Carrà, nella “più metafisica di tutte le città”, per le grandi piazze ornate di monumenti dalle lunghe ombre, per la solitudine innaturale delle vie sulle quali si affacciano nobili palazzi in disuso. Ed a queste città sono ispirate alcune delle opere più emblematiche di de Chirico, caratterizzate da colori caldi, ma fermi e privi di vibrazioni atmosferiche, da una luce bassa e da lunghe ombre definite nettamente. La prospettiva, accentuata dalle linee convergenti in profondità, crea vasti spazi allucinati. La città di de Chirico è deserta, tutto è statico e sospeso; è un luogo sognato, solo apparentemente reale, dove tutto è immobilizzato, e non possono abitare uomini, esseri viventi, ma solo manichini, che degli uomini hanno l’aspetto ma non l’essenza. Come tutte le avanguardie, anche la metafisica ha breve durata, e negli anni successivi. de Chirico si orienta verso una pittura sontuosamente baroccheggiante, dagli splendidi colori e dalle grandi linee curve, collegabile in qualche modo a Rubens, che egli da sempre ammira. Restano però gli accostamenti strani: gli autoritratti in vesti antiche, o cavalli dalle code e criniere fluenti mentre, sparsi qua e là, compaiono frammenti di colonne e, sul fondo, ruderi di antichi templi. Resta un’atmosfera incantata, più sognata che reale, perché tutta la pittura, per de Chirico è “metafisica”.
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