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Giorgio de Chirico
Nato a Volo, in Grecia,
nel 1888,e morto a Roma nel 1978, Giorgio de Chirico è il massimo
esponente della pittura metafisica. Il termine “metafisica” ha origine
dal titolo greco assegnato dal filosofo Andronico da Rodi, nel I secolo
A. C., a quelle opere di Aristotele che trattano delle “cause prime”
della realtà, da lui collocate “dopo” (metà) quelle che trattano le cose
naturali (physica). Dimenticato il significato originario, lo si usa per
esprimere ciò che è oltre l’apparenza fisica, ossia, l’essenza intima
della realtà al di là dell’esperienza sensibile e, allo stesso modo, è
assunto da de Chirico, in riferimento all’arte che, anche quando sembra
più aderente alla realtà esteriore, non si limita mai a descriverla, ma
la interpreta. Per de Chirico, metafisico è ciò che è avulso dalla
logica ambientale in cui siamo abituati a vederlo: un oggetto isolato
dal contesto in cui vive ed inserito in un altro. Questo suscita in chi
osserva, una sorta di inquietudine, una sottile angoscia, quasi un senso
di paura, perché insolito, inaspettato, a-logico. Forse a de Chirico,
vissuto in Grecia fino all’età di 16 anni, le rovine grandiose
dell’antichità classica suggeriscono già da allora qualcosa di
metafisico: perfette nella misura, ma frammentarie, non più collocate
nell’ambiente nel quale erano state create, spaesate, e tuttavia con una
loro vita, quasi testimoni e giudici di secoli di storia. Certo, dalla
cultura greca de Chirico attinge il senso della perfezione, sempre
ricercato, anche da un punto di vista tecnico, che lo ha posto in
posizione polemica nei confronti di tutti gli artisti contemporanei. Ma,
la metafisica di de Chirico indica una ricerca orientata verso una
realtà intima, che subisce gli influssi, oltre che dell’educazione
classica, degli studi compiuti a Monaco, della conoscenza delle opere
pittoriche di Boeklin e della lettura di Nietzsche. Ufficialmente la
“pittura metafisica” nasce a Ferrara dall’incontro fra de Chirico e Carrà, nella “più metafisica di tutte le città”, per le grandi piazze
ornate di monumenti dalle lunghe ombre, per la solitudine innaturale
delle vie sulle quali si affacciano nobili palazzi in disuso. Ed a
queste città sono ispirate alcune delle opere più emblematiche di de
Chirico, caratterizzate da colori caldi, ma fermi e privi di vibrazioni
atmosferiche, da una luce bassa e da lunghe ombre definite nettamente.
La prospettiva, accentuata dalle linee convergenti in profondità, crea
vasti spazi allucinati. La città di de Chirico è deserta, tutto è
statico e sospeso; è un luogo sognato, solo apparentemente reale, dove
tutto è immobilizzato, e non possono abitare uomini, esseri viventi, ma
solo manichini, che degli uomini hanno l’aspetto ma non l’essenza. Come
tutte le avanguardie, anche la metafisica ha breve durata, e negli anni
successivi. de Chirico si orienta verso una pittura sontuosamente baroccheggiante, dagli splendidi colori e dalle grandi linee curve,
collegabile in qualche modo a Rubens, che egli da sempre ammira. Restano
però gli accostamenti strani: gli autoritratti in vesti antiche, o
cavalli dalle code e criniere fluenti mentre, sparsi qua e là, compaiono
frammenti di colonne e, sul fondo, ruderi di antichi templi. Resta
un’atmosfera incantata, più sognata che reale, perché tutta la pittura,
per de Chirico è “metafisica”.
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