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Fathi Hassan Il
trasferimento della conflittualità internazionale da est-ovest e
nord-sud, da confronto di contrapposte ideologie a scontro tra ricchi e
poveri, pone un problema anche per l'arte. Se prima si era sviluppata
sul filo di uno sperimentalismo parallelo alla sperimentazione
produttiva dell'economia, prima all'ovest e poi all'est con il crollo di
ogni muro, ora per essa bisogna allargare l'analisi anche al Terzo
Mondo.(1) Sembrava che l'arte fosse un linguaggio coniugabile
preferibilmente nel contesto del sistema dell'arte, nei grandi spazi
metropolitani, anche nei ghetti da parte delle minoranze. Sembrava anche
una possibilità praticabile negli spazi urbani dell'est europeo,
finalmente decongestionati dal peso ideologico. La guerra in Medio
Oriente ha aperto spiragli e canali di comunicazione imprevedibili.
L'informazione ha avvicinato tra loro i nemici ed eventuali testimoni in
ascolto. La televisione con la sua dose massiccia di informazione
visiva, ha trasformato la guerra in uno spettacolo familiare, non
vietato nemmeno ai minori di 14 anni.(2) I mass-media hanno privilegiato
a full-time geografie prima isolate e mai visitate. Ora queste geografie
sono divenute spazi percorribili dall'informazione di guerra e di
post-guerra. La post-guerra fonda una problematica dell'arte, slegata
dagli avvenimenti e dalle conclusioni degli eventi bellici, ma collegata
alla storia di popoli lontani che, mediante il paradosso delle guerre,
hanno compiuto un gesto di comunicazione, sia pure conflittuale. Da
questo si ricava un'attenzione verso un Terzo Mondo povero di tecnologie
ma ricco di memoria culturale, indispensabile per una presa di coscienza
intorno alla propria identità antropologica. L'arte del mondo
orientale, arabo, di cui Fathi Hassan ne è un esempio, od ebraico, ha
sempre prodotto un'immagine aniconica, tesa verso l'ornamentazione e la
geometria, comunque rappresentazione culturale di una spiritualità
conseguente alla storia dei popoli. Per il mondo orientale può esistere
un riconoscimento della diversità da parte di quello occidentale,
frutto di una cultura del pluralismo e di un'ipotetica accettazione
delle differenze, seppure dopo il prevalere delle pulsioni della
signoria militare da una parte e della supremazia tecnologica
dall'altra. L'arte può diventare lo spazio del rispetto e della
resistenza che produce espressione della coesistenza.(3) Achille
Bonito Oliva 1. E' questa la tesi che costituisce
il filone portante della prossima Biennale di Venezia, intitolato
appunto, "I Punti Cardinali dell'Arte", dove la ricerca sulla
produzione espressiva dei paesi del cosidetto Terzo Mondo assume
carattere
fondamentale. 2. L'ultimo capoverso è da riferirsi al testo "Nell'Arte non ci
sono feriti", Milano, Edizioni MUDIMA, 1991,
p.7. 3. Vedi Achille Bonito Oliva, "Post-Arte: l'Arte del 2000",
Flash Art, XXIV, aprile-maggio, 1991, p.120.
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